Senza tetto né legge (1985), [XviD]  (1.6 Gb)

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Una ragazza viene trovata morta assiderata nelle campagne del sud della Francia. Si tratta di una giovane vagabonda di nome Monà. Una voce-off ci dice che ha ricostruito le sue ultime settimane di vita attraverso le testimonianze di chi l’ha incontrata. Da qui cominciamo a seguire Monà, la vediamo fare l’autostop, accamparsi in tenda dove capita, occupare case disabitate , dividere strada, “letto” e canne con altri giovani senzatetto, racimolare qualche soldo qua e là. Monà è scontrosa, difende ostinatamente la propria libertà assoluta, non fa programmi e sostiene di star bene da sola. Le occasioni di migliorare le sue condizioni di vita le passano accanto invano. Spesso è la sua insofferenza alle regole e agli altri a rimetterla in cammino. Altre volte sarà l’altruismo in cui s’imbatte a rivelarsi di facciata o mosso più da curiosità che da empatia.
Nel suo vagabondare Monà incontra un ragazzo che in passato come lei ha vissuto la strada come rifiuto della società, un laureato in filosofia che ha poi trovato la sua via di mezzo nel ritorno alla terra. Fa l’allevatore/agricoltore, ha una compagna e una bambina. Da lui Monà trova comprensione (“forse tu sei più libera di me”), apprende di tutti i suoi “compagni di strada” diventati “tossicomani, alcolizzati, derelitti”. Da lui riceve un pezzo di terra da coltivare e una roulotte più che decente perchè possa avere i suoi spazi, ma quando lei non farà la sua parte, non sfrutterà la terra e ripagherà l’aiuto con sgarbi e furti allora lo scontro e l’addio saranno inevitabili (e sarà lei a volerli). Di lei il filosofo ci dice che era “senza uno scopo ” e che “provando la sua inutilità fa il gioco del sistema che rifiuta”. E chiosa filosoficamente: “un conto è errare, un conto è aberrare”.
La sgradevolezza e l’insensatezza di Monà sembrano quasi una provocazione. Suscitano nello spettatore il “se l’è cercata”. L’altruismo che più volte incontra sembra (sembra…) averle dato ogni chance possibile di dare una svolta alla propria vita. Non possiamo capirla nè identificarci con lei.
Mi chiedo se non sia l’altruismo di chi guarda a essere messo alla prova. Noi che molto probabilmente ci comporteremmo come chi l’ha incrociata e aiutata (si rivolgono a noi, ci chiamano in causa senza filtri. Ci fanno da specchio?) …eppure noi, diversamente da loro, sappiamo che fine farà. Forse noi siamo peggio di loro se non siamo mossi a compassione. E lei lo rende difficile. È aggressiva, non sa apprezzare l’aiuto ricevuto, non sta bene in nessun posto e si mostra battagliosamente padrona di sè. Siamo piuttosto sfidati a non avere addirittura un moto di avversione e menefreghismo per questa ragazza, per giunta così diversa da qualsiasi modello abituale di gentilezza e femminilità che possa sollecitare un istinto protettivo.
La voce all’inizio ci dice: “mi chiedo se chi l’aveva conosciuta da bambina pensasse ancora a lei”. Non c’è nessuno qui a vederla come una bambina, ad essere forzato a quel senso di protezione che i bambini suscitano e che un genitore proverà sempre. Monà è solo questa, non ci viene spiegata la sua evoluzione psicologica. Siamo capaci di provare compassione se non la scusiamo delle sue asprezze per via di qualcosa che le è accaduto? Se non la vediamo essere stata simile a tutti noi (o se non la ricordiamo bambina)?
A ben vedere c’è ancora in lei qualcosa di vivo e profondo in cui dovremmo sentir vibrare la nostra umanità. Monà si affeziona a un lavoratore tunisino che per un po’ la prende sotto la propria ala. Lei è ancora in grado di vedere che lui ha lo “sguardo buono” e può ancora sentirsi a suo agio con qualcuno. Naturalmente poi butterà tutto a mare alla prima difficoltà sentendosi tradita.
Il film della Varda non ci dà soddisfazione, evita il dramma-spettacolo, segue una storia apparentemente già finita. (Ci interessa lei o vogliamo essere intrattenuti dalla sua storia?) La protagonista si presenta come i suoi simili che incrociamo abitualmente per strada, una specie diversa che sentiamo lontana ma che ci trasmette un disagio reale. In un episodio ci vuole addirittura un evento eccezionale perché una donna che ha accompagnato e aiutato (e interrogato con curiosità) Monà per un giorno intero torni a pensare a lei. Ci vuole un incidente quasi mortale perchè questa donna senta l”angoscia della sua situazione, si senta vicina a lei e preoccupata per la sua sorte. Sono anche questa distanza e questa incomprensione tra esseri umani, non solo il ritratto dell’agonia prolungata di Monà, che rendono questa storia atrocemente cupa e desolata.

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Senza tetto né legge (1985), [XviD]
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